Quando i cinquant’anni sono stati raggiunti e superati con la velocità del suono di una sirena arrabbiata, tre sono le possibilità che rimangono all’uomo che non vuole rimanere ad attendere l’impatto indifeso e inconsapevole: farsi l’amante, farsi una macchina rossa, scrivere un blog. Dato che mi state leggendo (davvero? Mi state davvero leggendo?) avete compreso che ho scartato le prime due ipotesi. E per scelta volontaria e creduta, non certo forzata.

Ma che cosa e perché scrivere? Condividere, o l’illusione di farlo, aiuta spesso a sentirsi in compagnia di fronte alla piccole battaglie della vita: quelle grandi, si sa, le si può affrontare solo in compagnia di se stessi, senza nessuno scudiero o cavaliere al proprio fianco.

La prima delle sfide e quella che affettuosamente potremmo definire di san Giuseppe, che di fatto nomino mio speciale e personale protettore confidando sulla sua ironia e bonomia. In che cosa consiste questa sindrome? Nel sentirsi ovviamente il più imperfetto della famiglia dovendone invece apparire la guida salda. Non che con questo voglia affidarmi a una melliflua umiltà fasulla, l’autocompiacimento di sentirsi negare la denigrazione e gustare così una vanitosa ricompensa per la propria maliziosa modestia. Affatto. Lauto compiacimento può derivare solo dalla concretezza. Non che non sia vanitoso, tutt’altro: la vanità è sempre in agguato, come ben sa il diavolo impersonato da Al Pacino nel mondo degli avvocati.
Gli è che essendo proprio vanitoso e anche intelligente, so bene che l’ambizioso deve attingere a piene mani all’umiltà: per crescere, ambizione che può essere anche nobile e saggia, bisogna capire dove migliorare. E per capirlo non c’è che l’umiltà.
L’ambizioso vanesio e superbo farà una brutta e rapida fine.

Quindi qui sto: con una moglie tendente alla perfezione, pur con difetti marginali che provocano in me tanto irritazioni quanto ammirazione per la loro trascurabile banalità; con tre figli che, come recitano brutti film, hanno preso maggiormente da me i difetti, e quindi non posso accusarli di una eredità che ho trasmesso loro; con un lavoro che amo e che ogni mese mi sfida sempre di più, aiutandomi a non fare mai mia la sicurezza.
Di che scrivere dunque?

Della precarietà, della inadeguatezza che mi rende comico a me stesso, specchio delle cose che ho appreso e che rivedo, con squarciante veridicità, nel mio quotidiano.

mercoledì 27 gennaio 2016

Claudio Gnoffo storie di Angela





Un nome tre personaggi. Questa l’idea che plasma la prima avventura letteraria di Claudio Gnoffo, scrittore palermitano con tanta voglia di successo. Non un successo però svincolato da un significato, dalla voglia di trasmettere un valore. Tre storie, un solo nome, ed un nome anche impegnativo: Angela. Un nome che è un programma quindi. Un libro affascinante, presentato in questo video, che ci guida alla scoperta di un modo diverso Di affrontare la vita. Facciamoci guidare da Claudio per comprendere meglio che cosa ha voluto raccontarci.

a)    Da dove nasce l'idea del tuo romanzo?
Mi ha sempre affascinato il tema degli alter ego, delle molteplici identità, e delle storie diverse che s’intrecciano sullo stesso piano. Inoltre, m’intrigava la possibilità di mostrare come uno scrittore possa proiettarsi nella propria creatura, quello che fa Angela, la protagonista. Diciamo che mi sono sentito un po’ come quei prestigiatori che svelano un paio di trucchetti del mestiere. E ne ho approfittato per raccontare un grande dramma interiore, la tragedia personale della protagonista, che può essere la stessa di mia figlia, mia sorella, la mia migliore amica, la mia compagna di banco. Spero che i lettori si rendano conto di questo: Angela può essere la persona che abbiamo accanto e non vediamo.

b)    Qual è il filo che lega le tre storie?
Il filo principale è proprio lei, la protagonista, il cui nome si rincorre durante le tre parti: “Angel S.”, “Angela Radcliffe”, “Angela Giannini”. Più il tema della persecuzione e della fuga, del lotta contro il male che corrompe il mondo, rappresentato in modi diversi a seconda della parte del romanzo.

c)     Angela, come mai questo nome?
Tutto è nato dalla protagonista della seconda parte, “Angela Radcliffe”. Volevo un nome femminile italiano accanto a un cognome anglofono, ma che ci stesse bene, che fosse eufonico. Familiare, comune persino, ma che suonasse speciale allo stesso tempo. “Angela Racliffe” mi è parso una bella unione di contrasti: italiano e straniero, nostrano ed esterofilo, quotidiano e inconsueto. Un nome da eroina, ma anche da vicina di casa. Ho pensato che questo nome rendesse bene, rimanesse impresso, e da qui ho dovuto scegliere varianti di “Angela” per gli altri due protagonisti.



d)    Che compito pensi abbia la letteratura oggi?
Credo lo stesso di sempre, cioè raccontare a noi di noi stessi. In fondo lo scrittore è un mediatore, di qualunque genere letterario si occupi. Tolkien, ad esempio, ha descritto in modo mirabile la lotta tra bene e male che c’è sempre dentro ognuno di noi, e lo ha fatto in un modo narrativo così bello che è rimasto impresso a milioni di persone. Quanti sarebbe riusciti a rendere chiara l’idea di tentazione a milioni di persone come ha fatto lui? E così anche Tolstoj, Dostoevskij. Rendono chiaro e “commestibile” a tutti qualcosa che, magari, un po’ tutti viviamo e pensiamo, ma che non ci è ben chiaro. Al di là dei classici, faccio un esempio un po’ più banale: Dan Brown. Lui ha sdoganato l’idea che la Chiesa Cattolica sia un’associazione a delinquere che cela verità scomode. Lo si pensava già da tempo, ma lui lo ha reso in modo talmente visivo e chiaro che oggi nella mente questo concetto ci è noto e familiare, più che mai. Dan Brown ha svelato, a noi, un nostro tetro pensiero riguardo la Chiesa, qualcosa con cui i cattolici, io per primo, si sono dovuti confrontare, in quel 2006-2007 in cui il romanzo sfondò. Io, per reazione, creai un romanzo dal titolo “L’Ultimo Giullare di Dio” di cui spero, un giorno, di raccontarti. Un altro esempio è ciò che ha fatto la Rowling col concetto di adolescente che, attraverso prove pesanti, trova il proprio eroismo nel realizzare la propria vita: il romanzo di formazione c’era già da secoli, ma lei gli ha dato una consapevolezza nuova e più potente. La letteratura, il mondo della narrazione tutta, ha questo potere, grazie alle emozioni che suscita: la parabola del figliol prodigo, proprio per le emozioni che suscita e per l’immedesimazione, è più potente di quanto un qualsiasi trattato di pedagogia sarà mai. Io spero di aver reso esplicito, chiaro e “commestibile” quanto il mondo della fantasia possa essere un rifugio per chi si porta dentro sofferenze grandi, e come dietro a un potere creativo possano celarsi dolori nascosti. E forse questo potere della letteratura è necessario oggi più che mai, perché viviamo in tempi confusi e rabbiosi. Del resto, lo vedi anche nel modo in cui i media manipolano le informazioni: l’arte di saper raccontare conferisce grande potere.


e)      Nel mondo del web c'è ancora voglia di leggere? perché?
Io credo di sì, sia perché questo bisogno c’è sempre stato, sia perché, oggi molto più che in passato, si sente un bisogno di alienarsi, di andare a rifugiarsi (e arroccarsi) in un mondo altro, diverso, anche se per pochi minuti. Conosco molte persone che per sfuggire alla tristezza di una vita pesante corrono ad abbracciare Harry Potter e Doctor Who che, dentro di loro, sono amici che danno senso alle loro sofferenze. La prova è nel trionfo che oggi vivono i nerd: i cosplay, le serie tv, i videogiochi, i film tratti dai romanzi… oggi più che mai si sente il bisogno straziante di ritagliarsi un mondo fantastico dentro il nostro mondo reale, e la lettura è e rimarrà sempre il medium privilegiato per questo. Il problema è che oggi la lettura è relegata a un àmbito molto veloce, rapido, saettante. Io, da scrittore, non nego che ho problemi a far mio questo ritmo, per farmi conoscere.

f)      Come pensi di promuovere il tuo libro in rete?
Eh… bella domanda. Magari avessi una risposta sola! La parola-chiave è sempre quella, “passa parola”. Come realizzare tale passa-parola… ci sono diversi modi. Intanto, mi sono creato un’identità sul web, attraverso “State of Mind”, la mia pagina che è sia su Facebook (bellissima la pagina State of Mind ndr) che su Twitter, Tumblr e Instagram. Uso le diramazioni di questa pagina in modi diversi, a seconda del social: uso facebook per mettervi tutto ciò che mi passa per la testa, tra cui un blog di recente creazione, di cui ho scritto le prime due note; uso Twitter per interagire con altri scrittori e varie realtà letterarie; Tumblr per i disegni artistici, e Instagram per le foto che mi ritraggono in momenti “letterari” e in attimi più leggeri. Tutte cose che ho imparato man mano, con la pratica: fino allo scorso settembre, ero ignorante di tutto ciò. Ovviamente, in tutti questi social, parlo del mio romanzo e dei piccoli grandi successi che (con mia sorpresa, non lo nascondo) sta avendo. Questo romanzo è solo una parte di un universo narrativo molto più vasto che, col tempo, spero di far conoscere nella sua interezza: ne fa parte anche quel “L’Ultimo Giullare di Dio” cui accennavo prima. Interagisco molto coi lettori e anche con coloro che, pur non avendo letto il romanzo, seguono con interesse la pagina: apprezzano le mie iniziative, specialmente i selfie detti “facce da Gnoffo”. In verità pochi se ne fanno, ho constatato una certa timidezza, ma piacciono a tutti e sono una delle cose più visualizzate della pagina. Spero a poco a poco, col tempo, di far crescere questo passaparola, mentre, sul piano della “realtà concreta” per dire così, curo il rapporto coi miei lettori e la distribuzione: oltre a varie presentazioni sto approntando la reperibilità nelle librerie, così che la gente possa andare a una Mondadori o a una Feltrinelli e ordinare il mio libro. Un sacco di lettori me lo hanno chiesto e ciò mi ha fatto incredibilmente piacere. Pochissimi invece hanno acquistato ebook… il cartaceo rimane insuperato. L’odore, la familiarità, il senso di possesso… ho compreso che nulla lo può sostituire.

E chi è Claudio Gnoffo?

Nato a Palermo il 21 gennaio 1987, ho sempre avvertito in me fortissima la passione per la narrazione, in ogni forma. Sono laureato con un Master di II Livello in Neuroscienze e Alta Formazione Docente di Lingua Straniera, lavoro come ghostwriter e scrivo per diverse testate online tra cui “Il Bandolo” e “LaLaPa”, per il quale ho realizzato diverse vignette. Ho diversi romanzi nel cassetto, di cui mi decido a pubblicare, nel settembre 2015, “Le Straordinarie Vite di Angela”, che si è piazzato finalista, tra 2500 opere, nel concorso “Il Mio Esordio 2015” del sito ilmiolibro.it
Mentre continuo il mio lavoro come ghostwriter, cerco di farmi conoscere sempre più come Autore, tanto di romanzi quanto di poesie e vignette.

Ps. Amo moltissimo i gatti e le lasagne, e sono veramente timido.

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